Green Day – Insomniac – Reprise Records

Green Day – Insomniac – Reprise Records

Quando sento parlare di Insomniac vedo solo una scena davanti ai mie occhi: il mitico Zabriskie Point di Milano con pile e pile di vinili del disco invenduti…probabilmente il povero Stiv ne aveva comprati a palate sull’onda del successo di Dookie…oggi Frankie ci dice che in realtà era un capolavoro…siamo tutti d’accordo?

1994: la scena punk californiana e mondiale vengono investite da un album che resterà nella storia e sarà influenza per una miriade di band da lì in avanti, facendosi capostipite della nuova ondata punk degli anni 90. L’album si chiamava Dookie e la band erano i Green Day.

Ma questa non è la storia che stiamo per raccontare perché questa rubrica si chiama Underdogs e qui si parla di dischi sfigati.

La storia invece è quella dell’album che ha avuto l’arduo compito di uscire subito dopo il capolavoro del 1994Insomniac.

I Green Day, reduci da un lungo tour per promuovere Dookie, decidono già nel 1995 di dare alle stampe Insomniac, sempre per la major Reprise, che manterranno fino ai lavori degli ultimi anni. L’uscita è un mezzo flop di vendite, una delusione delle aspettativa, forse anche perché l’hype dopo Dookie era troppo alto.

L’album si differenzia dal precedente per uno stile più cupo: se prima venivano trattati più che altro temi adolescenziali, masturbazione e erba, ora ci si concentra su argomenti come l’insicurezza, la depressione, l’insoddisfazione – sentimenti dovuti anche all’improvviso successo mainstream della band.

L’artwork del disco, molto particolare e disturbante, mi ha sempre colpito. Non a caso è stato realizzato da Winston Smith, artista di casa Alternative Tentacles di Jello Biafra, che ha realizzato anche l’irriverente copertina di In God We Trust Inc. dei Dead Kennedys. Il titolo dell’album invece sembra che derivi dal soprannome che gli amici avevano attribuito a Billie Joe: avendo avuto da poco il primo figlio, il cantante e chitarrista della band non riusciva a dormire.

Il disco si apre con Armatage Shanks, un brano molto in linea con quanto già sentito in Dookie, così come anche il successivo Brat. Entrambi sono ottimi pezzi di apertura, che rimarcano lo stile dei tre di Berkeley. Da apprezzare il lavoro di Mike Dirnt alle quattro corde: il bassista riesce sempre a introdurre passaggi con note alte veramente efficaci e godibili; a mio parere uno dei bassisti migliori della scena punk rock di quei tempi.

Il ritornello di Stuck With Me è emblematico del sentimento che pervade l’intero album: “Cast out, buried in a hole / Struck down, forcing me to fall / Destroyed, giving up the fight / Well, I know I’m not alright”. Non a caso la canzone è uno dei singoli estratti dall’album e in effetti merita questo riconoscimento, essendo una delle canzoni migliori.

La quarta traccia Geek Stink Breath rappresenta un po’ una novità in casa Green Day dal punto di vista musicale. Si tratta di un mid-tempo molto cadenzato, con chitarroni granitici che innalzano un muro di suono inedito per il repertorio della band fino a quel momento. Sfido chiunque a non fare headbanging nella parte centrale della canzone! Non si può non citare il video: un’estrazione dentale dall’inizio alla fine! Figata!

No Pride è una canzone anti-patriottica (“Honor’s gonna knock you down / Before your chance to stand up and fight / Well, I know I’m not the one / I got no pride”) che solitamente non viene citata tra le canzoni migliori ma che io personalmente trovo molto bella.

La traccia successiva è Bab’s Uvula Who? Di questa rimangono in testa due cose: la prima è il verso “I lose myself and I’m all wound up” che, ripetuto continuamente, resta scolpito nella mente dell’ascoltatore. L’altra cosa è la stranezza del titolo. Questa si rifà a uno sketch del Saturday Night Live chiamato appunto “Babs’ Uvula”, in cui viene inscenato il classico scherzo Knock knock, who’s there. Tra l’altro il titolo non c’entra niente con il testo della canzone, che tratta essenzialmente di iperattività e perdita del controllo di sé.

86 si differenzia dalle altre canzoni per un ritornello molto melodico, mentre Panic Song spicca per l’intro che dura più di metà della lunghezza della canzone (2 minuti su 3:35), con il basso tiratissimo di Mike che crea un climax che esplode poi nella canzone vera e propria.

Dopo Stuart And The Ave., canzone senza infamia e senza lode, si passa a Brain Stew, singolo davvero particolare. Il tempo rallenta vertiginosamente e all’inizio è scandito solo dalla chitarra. Il brano procede lento ma incidente, dando un senso di claustrofobia e disturbo, perfetto per accompagnare il testo che descrive la difficoltà a prendere sonno.

Jaded ribalta completamente l’andazzo dettato dal brano precedente: “velocità senza controllo” sembra essere la parola d’ordine e il pogo è assicurato. Spesso nei live queste due canzoni vengono suonate uno dopo l’altra perché i due tempi contrastanti, accostati l’uno all’altro, fanno un effetto eccezionale.

Westbound Sign e Tight Wad Hill non sono certo due pezzi outstanding ma si fanno ascoltare.

La quattordicesima e ultima traccia, Walking Contradiction, invece è un mid-tempo solido che chiude in bellezza questo stupendo album.

Insomniac non è Dookie e i Green Day erano consapevoli di questo. Non volevano fare un album fotocopia.

Molti dicono che questo sia un album di transizione e forse è vero. Ad ogni modo amo il suo essere così incerto, traballante, oscuro e controverso.

è un grande album e uno dei capitoli essenziali nella discografia della band. Se ancora non ce l’hai, vai a comprarlo. Subito.

Frankie

Tracklist:

1. Armatage Shanks
2. Brat
3. Stuck With Me
4. Geek Stink Breath
5. No Pride
6. Bab’s Uvula Who?
7. 86
8. Panic Song
9. Stuart And The Ave.
10. Brain Stew
11. Jaded
12. Westbound Sign
13. Tight Wad Hill
14. Walking Contradiction 

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