Never trust a punk: partita a calcio coi Bad Religion

Never trust a punk: partita a calcio coi Bad Religion

1° Giugno 2014.

Alcune volte, i sogni non si accontentano di avverarsi, ma decidono di prendere delle pieghe inaspettate e quasi assurde.

In questo periodo si sta (giustamente) parlando più del solito degli immensi Bad Religion, infatti nelle librerie e nelle nostre case sta arrivando la loro autobiografia ‘Do What You Want’, scritta da Jim Ruland e tradotta in italiano dal bravissimo Giorgio Arcari per Sabir Editore.
Essendo il quarantennale della band, l’idea della casa editrice è stata quella di scegliere 40 aneddoti tra tutti coloro che avrebbero voluto mandare il proprio via mail, al fine di pubblicarli nella parte introduttiva del libro.
In poche righe non sarei mai riuscito a condensare questa mia avventura, ve la riporto qua esaustivamente…

In quel tempo (… inizio di stampo biblico, stiamo parlando dei Bad Religion, direi che è azzeccato) era in tour italiano una band che per me è stata e rimarrà sempre un pezzo di cuore, gli Atlas Losing Grip di Rodrigo Alfaro (ex Satanic Surfers).
Dopo varie vicissitudini, con la crew di Hell Yea Radio, web-radio locale situata nell’hinterland milanese e di cui facevo parte, eravamo riusciti a ingaggiarli per farli suonare alla festa di fine stagione, la sera del 31 maggio 2014.
Siccome io ero tra i più infervorati del loro arrivo e del loro concerto, con la mia band (S.O.C.S.) riuscimmo a ottenere di fare da opening act, poi si iniziò a ragionare sulle necessità di dove/come ospitarli, trovando loro una sistemazione adeguata e sicura… e dato che da qualche anno, quando capitava di dover dare una mano (e un tetto) alle band in tour, ormai era girata la voce che “ho sempre posti liberi io” (cit. Ugo Fantozzi), ecco che i ragazzi avrebbero alloggiato da me quel weekend.

Quando ci riferirono che il sabato successivo avrebbero aperto il concerto dei Bad Religion al Live Club di Trezzo, fu come veder deflagrare una bomba.
Ero felicissimo per loro come se fossi un membro della band, ma la sera del 31 maggio nell’aftershow ecco che ne era esplosa un’altra, di bomba: Julian, drummer degli Atlas, si era trovato benissimo con la mia batteria condivisa per la serata e mi aveva fatto sapere che l’indomani gli sarebbe servito qualcuno che potesse prestargliela e se possibile seguirlo per fargli da roadie.
Ok, roadie per gli Atlas Losing Grip sul palco e nel backstage del Live Club, locale peraltro “di casa”, conosciuto e frequentato da quando ancora era un piccolo club con il pavimento che vibrava tutto durante i concerti nella zona industriale di Trezzo, quando eravamo ancora sbarbati e senza patente… not bad!
Il giorno dopo eravamo tutti gasati e molto carichi (in tutti i sensi), arrivammo al Live e iniziammo la procedura di “load in”, io e Julian montammo la mia batteria davanti a quella di Brooks Wackerman mentre Stefan, Rodrigo, Max e Gustav settavano i propri strumenti.

A quel punto, ero libero… i ragazzi cercavano giustamente il proprio momento di relax nei camerini, per cenare era ancora prestissimo e per l’apertura del locale era ancora più presto, dunque mi ero messo a fare una passeggiata dietro il palco per gustarmi il colpo d’occhio del locale, immaginandolo pieno qualche ora più tardi.
Mi ero addentrato nel backstage e a una certa, notando una porta socchiusa da cui entrava la luce (ricordo che era una giornata soleggiata e caldissima), avevo deciso di aprirla e vedere dove portava… e fu lì, che la luce iniziai a vederla per davvero, come Jake Blues… LA BANDA… LA BAANDAAA!

Quella porta conduceva al retro del locale, nello spiazzo dove le band parcheggiavano e movimentavano i tourbus.
In mezzo a due tourbus, vedo un gruppetto di gente con un pallone che sta improvvisando un match, mentre stavo mettendo a fuoco che lì in mezzo c’erano Jay Bentley e Mike Dimkich e stavo meditando sul da farsi (o sul da NON farsi), mi arriva il pallone a campanile a pochi metri di distanza e vado a recuperarlo.
Mi era venuto incontro Brooks, mi guarda, lo guardo, lo saluto, mi saluta con una stretta di mano e mi dice “vuoi fare un match? Ce ne serve uno”.
Risposta mia, totalmente a caz… ehm, a caso: “ok, sono batterista anch’io”.
E mi ritrovo a giocare a calcio in un corridoio lungo 15/20 metri e largo forse nemmeno 5, in squadra con Brooks e il drum tech dei Bad Religion, contro Mike, il guitar tech e Jay, che però abbandona dopo pochi minuti per fare una telefonata e fa subentrare il loro merch guy (o il driver, o entrambe le cose, non l’ho mai ben capita).
Jay tornerà dopo qualche minuto con una birra e Brian Baker, insieme erano passati in mezzo “tagliando” il campo nel bel mezzo dell’azione.
Jay si pianta in mezzo al “campo”, si gira a turno verso tutti i presenti e proclama che diventerà ufficialmente il nuovo bassista dei “New Me First And The New Gimme Gimmes”.

La cosa che fa più ridere è che la sua news era vera, come si sarebbe scoperto pochi mesi dopo, ma in quel momento e in quel contesto credo che non ci aveva dato credito e non ce lo avrebbe mai dato sicuramente nessuno.
Finisce tutto, non avevo capito quanto stavamo, se avessero contato i gol o meno, ma in fin dei conti credo non importasse a nessuno, me compreso.
Mentre stavamo rientrando al Live dalla medesima porta, avevo ricordato a Brooks il mio primo tour dei BR visto con lui alla batteria, nel 2002 al Rolling Stone a Milano.

Si mise a raccontarmi di quel tour e di alcune date fatte con Mr.Brett (anche al Rolling Stone in quella data era presente), che veniva descritto come “un militare” durante i soundcheck, che senza di lui duravano la metà.
Poi si mise a suonare tutta la batteria su richiesta dei fonici, in quel momento mi era tornato alla mente che avevamo giocato a calcio e ci stavamo facendo una chiacchierata, ma quel ragazzo a 17 anni suonava la batteria nei Suicidal Tendencies e rimpiazzava Josh Freese nei Vandals per i molteplici impegni di quest’ultimo.
Surreale, la persona più “normale” dell’universo, cordiale e piacevole.
La serata fu un successo, il locale era pieno di gente e gli Atlas Losing Grip avevano spaccato in apertura, appena finito il loro set c’era da sbrigarsi per smontare, scaricare e liberare il palco, in attesa dei Bad Religion.
Mentre mi trovavo nel backstage per andare a prendermi una birra, in fondo al corridoio dove la luce non era accesa, a metà tra il chiaro e lo scuro, avevo visto che c’era una persona appoggiata al muro nel mezzo dei suoi pensieri.
Arrivato in fondo, mentre mi stavo apprestando a aprire la porta, vedo che è Brian Baker.
Fu lui a attaccare bottone, con una domanda che suonava come “sei uno della band? Non mi sembri troppo svedese” detta con un aplomb pazzesco ma allo stesso tempo con una faccia da presa per il culo.
Rispondo, spiegando che i ragazzi avevano suonato con noi e li avevo ospitati da me, insomma gli stavo raccontando tutta la favola e alla fine di tutto mi aveva chiesto “fumi?”.
Negativo, poi la domanda gliela avevo fatta io sui Dag Nasty, se un giorno sarebbe stato possibile vederli in azione, dato che non ne avevo mai avuto possibilità, lui prontamente rispose di sì, che i Dag Nasty sarebbero tornati, al massimo in due o tre anni, che avrebbero suonato in italia.
E infatti, due anni dopo, erano venuti al Bloom.
O lo sapeva già (probabile) o avevamo diffuso delle buone vibrazioni.
Durante il concerto dei BR ci fu la possibilità di piazzarsi a bordo palco con il loro consenso, show pazzesco come al solito, condensato in una scaletta di tre fogli che avevo alacremente raccolto dal palco a fine show ma che poi diedi a Rodrigo, che chiedeva in giro se ce ne fosse una come ricordo della serata.

Quando finì lo show e i BR dovevano uscire e poi rientrare, Greg venne dove mi trovavo io con gli altri presenti e con alcuni membri degli Atlas e chiese a un ragazzo della crew qualcosa a bassa voce… il ragazzo si girò verso di noi per chiedere se qualcuno conosceva bene il locale e sarebbe stato disponibile a fare strada a Greg appena finito il set, perché lui sarebbe dovuto andare via prima con un taxi che era già sul retro ad attenderlo.
Ovviamente ci facemmo avanti io e un amico dei ragazzi del booking, a concerto finito il “via” era dato dalla luce di una torcia sul lato del palco opposto al nostro.
Eravamo scattati come Bolt alle olimpiadi, facemmo il giro sul retro ma… il professor Graffin non era lì.

Ed ecco arrivare fuori dalla porta mr. Graffin, al solito se non lo si conoscesse lo si potrebbe scambiare per l’edicolante della piazza, sguardo compìto, sorriso accennato, occhiali da vista e un carisma già imponente senza che avesse detto mezza parola; fece una domanda con un filo di voce fioca, probabilmente a causa dello show, ma con tono quasi dispiaciuto, come se volesse o dovesse scusarsi.
Chiedeva se il taxi fosse già lì… e io mi ci trovavo proprio davanti, al taxi.
Quindi replicai “taxi is here” e lui arrivò fuori con una sacca e una piccola valigetta, gli chiedemmo (anche noi con un filo di voce, ma per l’emozione) se potevamo farci una foto, ci assecondò e salì sul taxi quasi divertito.
In effetti per i pochi secondi che scorrevano tra il prendere un telefono, scattare una foto e rimetterlo via, nessuno di noi riuscì a proferire parola con il professore… cosa gli potresti dire senza evitare di sembrare ridicolo?
Era il caso di correre il rischio e dire qualcosa di una banalità infinita?
No.
Quindi il commiato finì con un maccheronico “Thank you for this band and these songs”.
In quella, una voce alle nostre spalle: “schiaccia il tasto e apri il cancello” !
Non scoprirò mai da dove provenisse e chi la stesse pronunciando, ma non fa niente.
Fu l’epilogo.
<< Greg Has Left The Building! >>

Koppo

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