The Rumjacks – Hestia

The Rumjacks – Hestia

Doppia recensione dell’ultimo album dei The Rumjacks, Hestia!

La scorsa estate, durante una delle pochissime “ore d’aria” concesse dalla pandemia negli ultimi 12 mesi, sono andato a vedere uno showcase acustico degli Shandon, una delle mie band del cuore.
Il caso volle che, appena arrivato sul posto, mi sia imbattuto in Pietro, batterista dei Rumjacks nonché compaesano e amico mio.
Era lì in compagnia di Johnny, il bassista della band: senza entrare troppo nei particolari, ho avuto il piacere di fare amicizia e quattro chiacchere con questo ragazzone dalla pinta facile, aiutato in parte anche dal tasso alcolemico che a un certo punto della serata era visibilmente seduto al tavolo con tutti noi.
Ho quindi avuto un primo imprinting sul disco che stava nascendo, uscito il 12 marzo di quest’anno per Four/Four ABC Music e ascoltato a fondo nelle ultime settimane, intitolato ‘Hestia’: è il quinto capitolo discografico della band folk-rock più poliglotta che esista (Australia, Italia, Stati Uniti, Irlanda).
La premessa è che per alcuni mesi, fino a album completato, tutti i componenti della band si sono trasferiti in Italia, data anche la situazione di insicurezza e instabilità dettata dalla pandemia e dai relativi strascichi.
Non deve essere stato troppo facile rimanere sul pezzo così a lungo lontano dalle rispettive abitazioni e annessi lifestyles, seppur si parli di una band abituata a stare in giro per periodi lunghi, comunque la differenza tra essere lontani da casa per un tour “in movimento” rispetto a quella per l’esserlo “fermi” in uno stesso posto, deve essere notevole.

Veniamo al disco: gli elementi tipici del genere ci sono tutti, bisogna ammettere che per un amante di queste sonorità (eccomi!), spesso durante l’ascolto di queste band si incappa in un sound derivativo o anche pienamente debitore di band storiche o più blasonate… ecco, in questo senso i Rumjacks hanno una marcia in più, perché la differenza tra ‘influenza’ e ‘rivisitazione’ è molto netta, c’è una ricerca (avvenuta con successo, a parere mio) di un proprio songwriting tendente all’essere riconoscibile e peculiare.
La novità del cambio di frontman/lead singer (fuori Frankie McLaughlin, uno dei membri fondatori, dentro Mike Rivkees) si sente, eccome: Mike porta un timbro decisamente più “hardcore” sia nelle parti vocali che nella stesura dei testi, a mio modo di sentire; un pezzo come ‘Lizzie Borden’ (citandolo in un vostro pezzo avete guadagnato almeno 100 punti fragola, ragazzi!) mi sembra esplicativo in questo senso.
L’album è piacevole da ascoltare e riascoltare, sicuramente ci saranno le voci “ma era meglio il vecchio cantante” che ormai sono diventate the new “mi piaceva solo il primo disco”, ma tant’è. Ottimo album, ben composto, grezzo ma definito e (perché no?) ruffiano al punto giusto con i suoi ritornelli killer (ascoltatevi ‘Wonderust’ e ‘Athens To The North’ in sequenza).
Sicuramente, un ulteriore pretesto futuro per andare a ascoltare i Rumjacks in concerto, dove giocano nel proprio habitat naturale e non perdono mezzo colpo nemmeno sotto tortura.
Unica osservazione da fare, che poi è un mero punto di vista personale, la scelta di ‘Sainted Millions’ come singolone: un pezzo un po’ troppo paraculo per chi scrive, al netto poi di pezzi con maggior tiro e impatto ascoltati sul resto del disco…

Koppo

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Una band australiana che suona musica irlandese, registra in Italia l’ultimo album, il cui titolo è in greco… Non ci avete capito niente, eh? Ricominciamo da capo, che è meglio!

Hestia è il quinto album dei The Rumjacks, band australiana ma con membri che vengono da diversi paesi del mondo, tra cui anche il Bel Paese (il batterista Pietro Della Sala è italianissimo). Il disco è stato registrato a Milano, città in cui la band si è ritrovata durante la pandemia. Il titolo si riferisce a Vesta (in romano, Esta in greco), dea del focolare e della famiglia.

La novità principale di questo lavoro è il nuovo cantante, lo statunitense Mike Rivkees, che manda in pensione Frankie McLaughlin, allontanato per via di comportamenti non proprio da gentleman.
Il cambio alla voce varia non di poco l’impatto del primo ascolto: senza nulla togliere all’ottima voce di Mike, l’accento marcatamente scozzese di Frankie dava quel tocco celtic in più che non guastava. Inoltre addio Frankie e addio anche al suo tin whistle che caratterizzava molto il sound della band.

Hestia presenta quindi una band rinnovata e già dalle prime canzoni si nota la produzione massiccia e d’impatto, accentuata dalla voce più diretta di Mike e dal fatto che i primi brani picchiano giù duro.
Nonostante siamo ottimi brani, non mi convince l’ordine delle tracce: le prime quattro hanno tutte lo stesso mood, in minore, oserei definirla “musica da bucanieri” per intenderci. A partire da Sainted Millions invece il mood cambia ed entra in scena la “musica da pub”, corale, scanzonata e malinconica. Forse mischiare un po’ di più le carte avrebbe reso il tutto meno monotono e avrebbe tolto l’impressione di “tutto uguale” che ho avuto nell’ascolto dei primi pezzi.

Al di là di questa nota, nel suo complesso l’album è molto ben fatto: ci sono diversi pezzi veramente belli. Tra i miei preferiti posso citare la ballata nostalgica Rhythm of Her Name, quella mazzata di Lizzie Borden e Athens to the North (“I’ll wake you when the war is over!“).
Tutto è al proprio posto: ci sono i pezzi tirati, quelli lenti, quelli più antemici da cantare tutti insieme e anche quelli dove scende la lacrimuccia. Tutte sono molto orecchiabili e già dopo pochi ascolti, ti ritrovi a canticchiarle. Il tutto è condito da musica celtica e folk ma comunque resta un disco fottutamente punk rock.

Per riassumere il mio pensiero, questo è l’album che vorremmo che facessero i Dropkick Murphys. Forse però è tempo di smettere di sognare, lasciarsi alle spalle Boston e trasferirsi in Australia, dove a quanto pare si sta molto molto meglio.

Frankie

TRACKLIST:
1. Naysayers
2. Bullhead
3. Hestia
4. Through These Iron Sights
5. Sainted Millions
6. Tell Me What Happened
7. Rhythm Of Her Name
8. Golden Death
9. Lizzie Borden
10. Light In My Shadow
11. Wonderust
12. Athens To The North
13. Motion
14. Goodnight, Make Mends

2 pensieri riguardo “The Rumjacks – Hestia

  1. Figata la doppia recension: da vecchio Pogues fan queste nuove leve dell’irish folk non mi pigliano troppo, anche se devo ammettere che un fondo di buono ce lo vedo anche se non sento la rabbia e la melancolia della vera Irleand my love

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