Freedom Sound Festival, Colonia 21-23/04

Freedom Sound Festival, Colonia 21-23/04

C’è stato qualcosa di catartico nella mia partecipazione al Freedom Sound Festival 2022, tenutosi a Colonia dal 21 al 23 di aprile sulle rive del Reno. Un po’ perché già dovevo andare a quello del 2019 ma non fu possibile, e puntavo quindi al successivo del 2020 che avrebbe visto sul palco i Potato 5 ma, ovviamente, saltò per la pandemia e, manco a dirlo, stessa sorte colpì quello del 2021. Finalmente nel 2022 tutto è andato per il verso giusto, clima primaverile con cielo terso compreso, e il sottoscritto, dopo quasi tre anni di privazione di musica dal vivo (salvo la bellissima parentesi mattutina degli Uppertones all’apertura al pubblico del Teatro Lirico di Milano), ha ricevuto un nuovo battesimo del fuoco nella migliore maniera possibile e, sia detto con vanità e presunzione, con la musica migliore possibile.

Una considerazione polemica la voglio fare subito perché io e il mio compagno fisso di festival internazionali da oltre trent’anni Stefano Manenti, per assistere a un signor spettacolo di musica ska/reggae e soul come si deve, abbiamo fatto nove ore di treno da Milano a Colonia. E non lo abbiamo fatto perché siamo fricchettoni, l’abbiamo fatto perché ormai qui da noi la musica dal vivo è decisamente in fase comatosa e certi spettacoli ce li possiamo scordare. Hanno ucciso i club dove si suonava il jazz, figuriamoci i festival di musica alternativa.

Detto ciò passo subito al Festival organizzato per la nona volta da Peter Clemm negli spazi di un vecchio magazzino industriale, come detto, sulle rive del Reno e con l’intento di dare risalto in particolare allo Ska/Reggae in tutte le declinazioni possibili e alla musica soul in altrettante declinazioni. I gruppi li sceglie Peter. Peter ha decisamente buon gusto.

Sui due palchi previsti, quello principale all’interno del magazzino e quello secondario all’esterno nell’ampio cortile retrostante la costruzione, con un muro di mattoni rossi a separarci dalla spiaggia del fiume, si sono alternati a partire dal PRIMO GIORNO:

  • lo ska/rock veloce, in stile seconda ondata 88/89 dei divertentissimi the Slapstickers;
  • lo stile tradizionale comprensivo di rocksteady e reggae dei Void Union accompagnati alla voce da Ricky Rocksteady, decisamente un talento;
  • i Cut Capers, ensemble sorprendente e coinvolgente con il suo misto di funk rock & hip hop e altro con una potente sezione fiati e una grandiosa presenza sul palco;
  • i primi ospiti italiani (già, perché a rendere orgogliosi me è Stefano in questa edizione c’è stato il fatto che ogni sera ha avuto un ospite italiano diverso) i Wicked Dub Division accompagnati dalla sezione fiati della North East Ska Jazz Orchestra (ska nulla, show esclusivamente reggae/dub ma con ampi spazi a tutti i fiati per il proprio assolo) accolti più che calorosamente dal pubblico;
  • infine gli Skatalites (di cui mi ero privato la visione pochi giorni prima a Milano con i The Magnetics come supporter proprio per questa occasione) dello show dei quali ultimi ho apprezzato in maniera estasiata (e gran tutto il pubblico con me a dir la verità) la conclusione, quando si sono uniti agli Skatalites, prima il fenomenale Ricky Rocksteady per una interpretazione da brividi di Old Rocking Chair di Jackie Opel e poi il gruppo femminile delle Conscious Culture per una altrettanto esaltante versione di Simmer Down di cui i Wailers sarebbero andati fieri. Mancava Vin Gordon e mancava Doreen Shaffer ma il leggendario Larry McDonald ha lasciato le percussioni per cantare Iron Bar di Lord Tanamo e questo a me può bastare. Uno show più lungo del previsto per compensare l’assenza per motivi di famiglia all’ultimo momento del sensazionale Delvon Lamarr Organ Trio che sarebbe stato perfetto su quel palco col suo avvolgente soul/r&b.

Tutto ciò il primo giorno. Insomma, inizio col botto.

Il SECONDO GIORNO si inizia prima delle diciotto con:

  • il reggae delle Conscious Culture, tre ottime cantanti che si alternano come soliste e coriste le cui voci ben si alternano con quella della bravissima Nico Collins, voce (e stile) da cantante anni 60, dei Soul Chance che dal palco esterno dimostrano di essere una valente formazione dedita al più puro sound rocksteady ed early reggae.
  • Quasi a far slittare la puntina dalla compilation più figa che si potesse ascoltare di tali generi, inizia sul palco principale lo show dei Bandulus, una macchina da musica perfetta, capitanata da quel gran soul man dalla voce potente e ruvida che è Jeremy Peña e che ha fatto scatenare gli astanti in un irrefrenabile flusso di allegria e applausi con alcuni dei brani migliori della loro ottima discografia.
  • Poi, dopo un altro tocco di “soulsteady” dei Soul Chance in cortile, applauditissimi pure loro, fanno l’ ingresso sul palco principale The Officinalis. Ecco, questo è stato uno degli eventi fortemente voluto dall’organizzatore del Freedom Sound Festival Peter Clemm e di per sé ha rappresentato una vera e propria irripetibile esclusiva. Infatti sotto il nome di Officinalis si nasconde un collettivo di giovani musicisti campani che sono di fatto la studio band dell’etichetta campana Aloe Vera fondata da Alfredo Concilio che, come un novello Mecenate del ritmo in levare, ha riunito buona parte del gruppo reggae Napoli Rockers Syndicate per fargli suonare ska e rocksteady tradizionali con l’aggiunta di altri artisti e, di fatto, come Officinalis non avevano mai fatto alcuna data dal vivo. Mi sento alquanto privilegiato dal poter dire che ho assistito al debutto sul palco degli Officinalis che discograficamente seguo da tempo e che ritengo il Top del genere su suolo italiaco. I ragazzi, solo con un set di strumentali spaventosamente belli risultanti dal connubio di antiche melodie tradizionali napoletane riarrangiate jazzisticamente per diventare trainantissimi temi degli ottoni su potentissime ritmiche ska/rocksteady come solo ne uscivano dagli studi di Studio One, hanno letteralmente mandato in delirio il pubblico già di per sé bello caldo, con alcuni che addirittura alzavano cartelli con scritto 10! Mi auguro al più presto di vedere gli Officinalis un po’ più vicino di Colonia.
  • Tutto ciò non poteva che diventare la più degna introduzione del pezzo forte dello FSF: l’arrivo sul palco (“directly from Jamaica” come si dice sempre) dei leggendari Keith & Tex e di Rudy Mills. Dopo soli trent’anni almeno che conosco i loro brani più famosi eccoli finalmente dal vivo davanti ai miei occhi, le voci le stesse, le canzoni cantante coralmente da tutti insieme a loro. L’accompagnamento degli Steadytones in perfetto stile Treasure Isle è stato impeccabile.
  • La chiusura della seconda serata spetta agli inglesi The Skints già da tempo ritenuti un fenomeno del nuovo reggae inglese col loro misto di ska, dub, dance hall e rap e con quella marcia in più che anche visivamente sa dare al gruppo Marcia Richards che suona le tastiere, canta, percuote, suona sassofono, melodica, flauto e nel frattempo manovra il sampler. Una indiavolata della musica e ammirabile artista.

Ancora più fitti gli impegni del TERZO E ULTIMO GIORNO che inizia presto nel palco del cortile con:

  • i Mondo Mashup, gruppo tedesco e unico nome a me totalmente estraneo sotto il quale si cela un gruppo dedito anch’esso a una fusione tra hip hop, funk, soul e una buona dose di ska veloce dallo stile non dissimile a certi gruppi americani anni 90;
  • prosegue con gli attesissimi americani Stingers ATX e con la loro magnifica scaletta di canzoni ska in stile tradizionale tratte dai loro album che un vero appassionato non lascerebbe fuori dalla propria collezione. Il pubblico si scalda avvolto dal suono caldo e tondeggiante del gruppo texano;
  • giusto il tempo di un paio di birre ancora con i Mondo Mushup in cortile ed ecco che sul palco principale prende posto Carlton Jumel Smith, artista che conoscevo solo da Youtube e che si propone, in stile, coinvolgimento, bravura e presenza scenica come i grandi del Soul di tutti i tempi. Anzi, lui è già un grande del Soul. In lui fluisce senza ombra di dubbio la tradizione della miglior musica di sempre, da James Brown a Steve Wonder da Areetha Franklin a Curtis Mayfiled. Carlton sfoggia una voce potente, gigioneggia col pubblico, ci invita alla fede e distribuisce messaggi positivi a tutti. In particolare alle donne. Insomma ci provava dal palco. Ma era un gioco riuscito e divertente.
  • Il tempo di realizzare che bello spettacolo mi ero visto ed ecco che sul palco del cortile cominciano gli strumentali del Victor Rice’s Septet. Gruppo di veri ska man ormai di carriera (si potrebbe dire qualcosa su ogni singolo componente ma il resoconto è già palloso così e vi risparmio le singole biografie) messi insieme da Victor Rice (che se non sapete chi è meglio che vi dedichiate alla musica techno) in trasferta dal Brasile dove vive produce e vince pure Grammy per il reggae. L’atmosfera si fa rilassata e sognante grazie ai brani che negli ultimi album Drink & Smoke (ci chiedevamo io e Stefano a quale vizio potrebbe essere dedicato il nuovo capitolo) Rice ha cesellato con la finezza del maestro navigato e che dal vivo, come si dice: spaccano di brutto. Navigato nello ska e reggae da quasi 40 anni aggiungo dato che lo seguo dal 90, dal suo debutto discografico con i magnifici e indimenticabili Scofflaws. E di sessioni col Rice Septet, tra meravigliosi assoli di tromba, di chitarra, sassofono e trombone, ne faremo addirittura altre due. Sempre con pubblico entusiasta e plaudente.
  • Unico momento che mi è risultato del tutto indifferente è stato quello del duo acustico di Jeb Loy Nichols & Clovis Philipps che in stile cantautorale hanno snocciolato belle canzoni che nulla azzeccavano a mio avviso col resto degli artisti in locandina e il successivo con Adrian Sherwood e sua figlia Denise che, per la mia solita idiosincrasia per dub ed “effetti speciali”, avrebbero potuto anche non esserci.
  • Arriva così il momento aspettato dal pubblico del sabato sera: Horace “Sleepy” Andy sale sul palco e, come per Keith & Tex e Rudy Mills la sera prima, lo vedo dal vivo per la prima volta. E ancora per la prima volta i capisaldi della sua discografia non escono dalla mia discoteca ma dalla sua viva voce, con una band di supporto all’altezza e un simpatico accompagnamento di temi dei fiati (un trombone e un sax) tratti dagli Skatalites. Trovare poi Horace Andy nel dopo concerto infreddolito e farlo sorridere facendogli l’inchino e togliendosi il cappello per salutarlo col massimo rispetto e farci quattro chiacchiere è una di quelle cose che per noi malati dà profonda soddisfazione e ti fa ripetere tipo disco rotto “che figata”, “che figata”.
  • Dopo il meraviglioso reggae di Horace Andy ecco sul palco un altro gruppo inglese i Dreadzone, affermatissimi rappresentanti di un reggae/dub al limite del drum&bass con effetti e campionature e ampio uso di sampler che, pur bravissimi, non erano la ragione per cui ero lì. Nonostante molti lo fossero dato che ballavano molto volentieri alle trovate dei Dreadzone che festeggiavano giusto nel 2020 la riedizione del loro primo album 360° che ricevette entusiastiche recensioni.
  • A chiudere con un altro botto il nono Freedom Sound Festival tocca al terzo gruppo di italiani invitati, i nostri Bluebeaters che, ma va?, hanno fatto fare un figurone allo ska italiano facendo skancheggiare tutto il pubblico coinvolto dalle canzoni scelte da Pat e compagni per il loro show, “O Sarracino” compreso, e dai geniali momenti del perfetto “freezing” in sincrono durante Toxic e del saluto finale. Applausi, magliette a ruba. Ennesimo successo di una band che all’estero (proprio perché gira poco) è ritenuta di culto.

Ritrovo il Parpa, Count Ferdi, Pat Cosmo & Co. proprio davanti ai cancelli ormai alle due del mattino prima della partenza per Milano in furgone insieme al soddisfattissimo Peter Clemm anche lui felice per come era andato tutto e per questa conclusione alla dinamite. Abbracci, complimenti e saluti.
Le sessioni dei DJ, non me ne vogliano, non me le sono considerate neppure per un istante. Le pomeridiane perché preferivo i live e le due “allniter” fino alle 5 di mattina perché sono troppo vecchio e posso skancheggiare per non più di dieci ore al giorno perdinci.

Ambiente sereno, pubblico tranquillo e liberamente danzante, privo di esaltati, ubriaconi, pogo isterico, tossici e/o molestatori e/o semplici maleducati. Si capiva subito che non eravamo in Italia.
Quasi quasi mi organizzo pure per l’anno che viene… W LO SKA!

Sergio Rallo

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