the Slackers-Don’t Let The Sunlight Fool Ya-

the Slackers-Don’t Let The Sunlight Fool Ya-

Don’t Let The Sunlight Fool Ya” è l’album numero diciassette dei newyorchesi Slackers. Cosa che li rende, per fortuna dei fan, uno dei gruppi più prolifici con una media di un anno e mezzo di attesa tra un album e l’altro.

Dal loro debutto discografico del 1996 “Better Late Than Never” gli Slackers hanno sfornato tutti buoni album ed è anche questo che fa di Vic Ruggiero, Glen Pine & Co. uno dei più famosi gruppi Ska al mondo e uno dei migliori gruppi reggae per come sono in grado di declinarlo solo le formazioni di “tradizione ska”, ovvero senza mai sembrare il gruppo tributo di Marley e Tosh, per intenderci.

In “Don’t Let The Sunlight Fool Ya” si ritrovano le innumerevoli influenze della musica a cui gli Slackers ci hanno abituato, un prodotto sempre sul versante caldo e avvolgente dello ska reggae, grondante swing, blues, soul, r&b, jazz, boogaloo, garage, con cantati, lenti, veloci, strumentali (questa volta assenti).

Gli Slackers giocano con le ritmiche ska, rocksteady, early reggae e reggae e con testi leggeri, come nelle migliori tradizioni pop, ma anche impegnati, spesso introspettivi, sentimentali. Mantenendo fede al proprio sound caldo e avvolgente, ormai marchio di fabbrica, “Don’t Let The Sunlight Fool Ya” scorre nel lettore mentre scrivo rapito e viene diffuso a buon volume da opportuna cassa wireless che sa cosa siano i bassi.

Sin dall’inizio con “Windowland” l’impronta è squisitamente anni Sessanta mentre la traccia successiva, la title track, è un eccellente soul reggae, materia in cui gli Slackers eccellono. Mi sono innamorato subito di “Hanging On”, un solare ska spinto avanti da ottime percussioni che fa venire voglia di cantare dietro Ruggiero e che diventa immediatamente la mia canzone preferita; del languido rocksteady “Almost Lost Ya”, che al mio orecchio lascia una eco country; ma mi sono innamorato anche di “They Are Losing” che, permettetemi, conferma una volta di più lo spessore di Vic Ruggiero come di un Tom Waits dello ska (anche se la canzone non lo è), un Vinicio Capossela del rocksteady (anche se la canzone non lo è), un Paolo Conte del reggae (anche se la canzone manco è un reggae). Esagero? Nemmeno troppo, per chi possiede orecchio fine sarà sicuramente più facile associare il lavoro di Vic Ruggiero a quello dei citati piuttosto che ai Madness o ai Busters, no?

Tutto l’album, come già detto, è “colorato” anni 60, ma in quegli anni semplicemente non c’erano gli Slackers e così, pur modernissimo, “Don’t Let The Sunlight Fool Ya” finisce tra gli album senza tempo. E badate bene: non è certo revival ma lo Ska moderno del secondo decennio degli anni Duemila declinato da alcuni dei più rappresentativi musicisti del genere. Una musica ska vitale, salda sulle proprie caratteristiche vincenti e ben rappresentata da un divertentissimo ska rock ‘n’roll come “Shameboy”.

Negli ultimi trent’anni i reggae più belli li ho sentiti fare a gruppi dell’ambiente ska (se non si fosse capito qual è il mio pensiero a riguardo) e il potente reggae percussivo “Statehouse” conferma tale ricorrenza, pezzo seguito opportunamente da “Second Best”, un altro reggae/soul (o soul/reggae?), in melodia e struttura, che segnalo come una delle canzoni migliori dell’album. Torna lo ska con “Nobody’s Listening”, velocissimo ska/reggae/rock’n’roll e traccia ben rappresentativa di uno dei motivi per cui amo quello che fa Vic Ruggiero che cesella un altro grande rocksteady intitolato “Way of a Woman”, abbellito da un tema di fiati che ricorda lo stile rockers. “Nobody’s Listening” è la canzone che mi ha invece mandato in deliquio ska/rock, un brano che ricorda da vicino gli esordi di Vic con i The Nods, tastiere indemoniate, solo di sax e fine fulminea per una canzone non certo da ascoltare come sottofondo. E dopo il guizzo elettrizzante del pezzo che lo precede tutto si smussa con un sinuoso reggae trasportato dalle tastiere e dal piano, intitolato “Way of A Woman”, ipnotico, come solo gli Slackers sanno ipnotizzare. L’ultima “scossa”, questa volta molto più sul lato swing dello ska e che mi ricorda Louis Prima, la fornisce il divertentissimo brano intitolato “Boogie Nowhere”. Conclude in bellezza l’ascolto dell’album uno di quei brani che sono la ragione per cui da quasi quarant’anni continuo a seguire la Scena Ska, unica “piazza” dove si possono trovare canzoni belle, sui ritmi di un potente reggae con effetti dub, sostenuto da un efficace tema di fiati alla Rico Rodriguez, e caratterizzato da un cantato che richiama fortemente i primi anni 80, e che fa di “Time Won’t Set You Free” una immediata attrattiva per il mio orecchio, da ascoltare più volte di seguito facendo “la la la la”, qunta canzone che vale l’album.

“Don’t Let The Sunlight Fool Ya” è un disco che verrà amato da chi segue da ventisei anni gli Slackers, da chi si dovesse avvicinare per la prima volta al genere e da chi ama l’ottima musica che da sempre si trova fuori dai grandi circuiti del mainstream.

L’invito a tutti è di andare direttamente sulla pagina bandcamp degli Slackers e scoprire da soli se non vale proprio la pena scaricarsi l’album in ottimo formato e/o farsi inviare il vinile e per una salutare sessione di ballo come si deve.

Sergio “Da Profet” Rallo

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