Punk Rock Raduno (Day 4): Siouxie and the Skunks, Plakkaggio, Bad Frog, MakeWar, Peawees
Ritorno al Punk-rock Raduno dopo almeno tre anni di assenza.
Per insindacabili ragioni, negli ultimi anni, questa è solitamente la settimana dell’anno in cui mi mandano in trasferta di lavoro in Transilvania. Quindi, è tradizionalmente la settimana del goulash, della palinka e del degrado post-sovietico, ma hanno sempre cercato di convincermi che non fosse una punizione. Io, nel dubbio, non ho mai detto “Grazie”.
Eccoci allora in Italia, domenica 20 luglio, agenda vuota di programmi e un gran mal di testa. Sì, perché la giornata inizia alle ore 08:30 con brusco risveglio in una tenda sul Lago del Pertus, dopo una notte di bagordi per il compleanno di un amico. Una notte passata a bere vino scadente, amari davvero amari e dopo aver grigliato con il legno di fico, che è probabilmente tossico.
Il tempo di smontare tutto, caricare la macchina e scendere dalla Valle Imagna verso la provincia di Lecco ed è già mezzogiorno. C’è da fare la spesa, preparare la schiscetta per il lunedì e fare benzina. Riesco comunque a fare tutto alla velocità della luce, con attacco di mal di pancia annesso: “Live fast, die young”; anzi, “Live fast, diarrhea”, avrebbero detto i Vandals.
Alle 17 sono a Sirtori a recuperare la mia amica Paola di Pol Tattoo, la tatuatrice più punk della Brianza, e il mitico Dante. Si parte a tutta birra per Bergamo e, senza particolari intoppi, arriviamo alle 17:45. Mezz’ora dopo siamo dentro l’Edoné: in mezzo, una ricerca disperata del parcheggio, con svariati flirt alla ZTL, fortunatamente sempre respinti.
Arriviamo in tempo per sentire il quarto gruppo della giornata, i Siouxie and the Skunks, che erano anche la mia prima fonte di interesse di questa giornata. La band di Brescia, di cui avevo sentito un paio di volta il loro ultimo disco autoprodotto, “Songs about cuddles”, non ha sicuramente sfigurato. Trascinati dall’energia, dalla crudezza e dell’istrionismo della loro cantante, Susanna, hanno proposto una bella mezz’ora di rock n’ roll e garage-punk grezzo, tagliente e diretto. A me è piaciuto molto, anche perché il garage punk non si sente proprio tutti i giorni e poi cantato in modo così forsennato, quasi isterico, gli ha dato quell’impronta quasi lisergica, sublimata dalla loro traccia migliore, “Mushrooms”.
Viva i Siouxie e viva il DIY!
Neanche il tempo di prendere la prima birra, che sul Palco Principale, arrivano ora i Plakkaggio che, credo, non abbiano bisogno di presentazioni. Straight outta Colleferro (Roma), paladini dell’hardcore-punk e dell’Heavy and Extreme Metal (che non ho ancora capito che cazzo di genere sia). Chi li ha già visti dal vivo sa cosa aspettarsi: grandi ritmi, chitarre pesanti, botte da orbi e rabbia urlata. Io li avevo già visti in un paio d’occasioni e non ne sono mai rimasto deluso.
Qui mi sono giocato il primo gettone pogo selvaggio. Sono entrato con “Colleferro”; canzone dedicata alla squadra di rugby del loro paese, e ne sono uscito con “Ziggurath”. Uscito malconcio, come da copione: dolori allo sterno, dolori alla milza e sudore (degli altri) ovunque. Prendo un’altra birra e mi godo il resto della scaletta insieme a Paola, fuggita nelle retrovie per portare in salvo il povero Dante, che nel frattempo era diventato il chihuahua più richiesto dell’Edoné.
“Ciao, posso accarezzarlo?” è il nuovo “Ciao, hai da accendere?”
Finito il concerto dei Plakkaggio, è il turno dei Bad Frog, che avevo già visto e recensito due settimane fa. Il copione dei nostri sbandati da Codogno è sempre lo stesso: cazzata introduttiva di Berte, continuazione della cazzata da parte di Paolino e poi canzone sparata a 200 all’ora dritta nelle tibie.
La scaletta è pressoché la stessa di due settimane fa, ma qui il pubblico è molto più caldo, il pogo si infiamma subito e, soprattutto, mi meraviglia e mi commuove vedere che a pogare l’età media sia inferiore ai vent’anni. Ben arrivati, Gen,Z, vi stavamo aspettando.
L’esuberanza giovanile si traduce preso in una gara di “Scippa il microfono a Paolino e urlaci dentro qualcosa”, con il nostro che puntualmente si defila per far cantare il ragazzo di turno che finisce sul palco.
Come dicevo, la scaletta non subisce grandi variazioni, rispetto al solito, ma stavolta sul palco salgono anche gli ospiti: c’è Maury degli RFC, per cantare “La donna il saggio e il grande pirito”, e anche Formy dei Rubber Room, per “L’escort del ‘96”.
Anche i Bad Frog, dopo la loro mezz’ora di show, se ne vanno: spengono gli strumenti e si avviano a scendere dal palco. Ma arriva il colpo di scena. Il Sindaco si materializza sul palco e, totalmente a cappella, inizia a intonare (anche se forse non è il verbo corretto) “Viola”, trovando un incredibile sostegno dal pubblico. È quasi arrivato al ritornello, quando salgono a recuperarlo e cercano di convincerlo a scendere e sembrano avercela pure fatta. Ma ecco che arriva il colpo di coda della follia e ritorna al microfono: “Sale la voglia, quando al sole ci si spoglia. Sale la vogliaaaa di teeee”. Il tutto sotto gli occhi dell’organizzazione che, indispettita, dal palco uno, sta aspettando di presentare il prossimo gruppo. E il Sindaco, memore dell’educazione appresa a Eton (o a Cambridge, non ricordo più bene), lo apostrofa con garbo: doppio dito medio sospeso nell’aria.
Qualcuno chiami un Dottore!
Finita questa parentesi basso lodigiana, è il momento dei MakeWar, terzetto newyorkese con origini sudamericane (Venezuela e Colombia). Avendo molto ascoltato e gradito il loro ultimo album del 2024 “A Paradoxical Theory of Change”, ero tanto curioso di riascoltarli dal vivo, dopo il breve set che avevano fatto un anno fa al “Granozero” di Lecco.
L’inizio è un po’ a marce basse, sia per la scelta delle tracce che per l’esperienza appena vissuta dalla band, che era rimasta bloccata per diverse ore in Svizzera ed è arrivata al Punk-rock Raduno pochi minuti prima di esibirsi. Tuttavia, una volta rotto il ghiaccio, ecco che il suono e la grinta del gruppo escono fuori e il trio piazza una performance davvero sublime. È tutto davvero in tiro, dalla batteria che spinge su tempi alti al basso che martella fino alle doppie voci che si alternano e si equilibrano molto bene. Fra tutte, era l’esibizione che più aspettavo e che più mi è piaciuta.
Nella foga del canto e del saltare, non mi sono accorto di essere stato divorato dalle zanzare sulle gambe. Nel giro di pochi minuti, due punture sono diventate grandi come un bottone e sanno facendo infezione. Panico? Forse, magari dopo. Prima mi prendo un’altra birra, mentre ricanticchio “This fucking year”.
Keep drinking until you can smile again.
Lo show degli “Helen Love”, invece, me lo sono perso del tutto.
Girovagando nell’area del merchandising, prima ho svaligiato il banco del festival: il bellissimo poster di quest’anno con “Too tough to die”, spille, stickers a non finire e poi una copia in vinile di “Never ending puppet show” dei vicentini All Coasted, che è stato uno dei miei album più ascoltati del 2024.
Poi, nell’area del merch delle band, mi sono intrattenuto in una conversazione con i MakeWar, che stavano cazzeggiando e bevendo birra. Abbiamo parlato della loro esibizione e di com’è suonare in Europa: li ho trovati davvero tanto simpatici e alla mano. Unico momento di tensione, quando hanno detto che la Birra Moretti è più buona della Peroni; non ero pronto per questa rivelazione.
Ore 22, ultimo gruppo della serata: i Peawees. Anche per loro non c’è bisogno di presentazioni, visto che sono famosissimi e godono di un nutritissimo seguito. Sotto al palco, è letteralmente tutto pieno. Io devo ammettere, e spero di non venire già bannato dal sito, di non essere un loro grande sostenitore. Il genere che propongono non mi ha mai colpito granché, sebbene debba riconoscere che sul palco ci sanno fare, eccome.
Il concerto decolla all’istante: schitarrate, cambi di tempo e batteria che picchia senza sosta. Non si può resistere a ballare il rock n’ roll e i nostri quattro da Las Pezia, da bravi veterani, ne servono a piene mani. Il pubblico si diverte e tutti ballano o, comunque, ci provano, tra cui il sottoscritto. Circa a metà scaletta, ci pensa il meteo a rovinare tutto: inizia a piovere, forte, sempre più forte, fino a diluviare a dirotto.
Qualcuno prova a resistere e resta sotto all’acqua a ballare e i Peawees li omaggiano continuando a suonare, fin quando salta la corrente, decretando la fine del concerto.
Io e Paola, ormai, siamo da un pezzo riparati sotto a una tettoia, in attesa che la pioggia cali di intensità.
Endless detention
Dopo oltre mezz’ora di attesa, arriva il momento buono. Corsa a perdifiato per andare a recuperare la macchina, davanti a me uno scivola sulle strisce pedonali; Dio, speriamo che io non sia il prossimo. Dio me l’ha mandata buona.
Arrivo alla macchina, parto e vado a recuperare Paola e Dante all’uscita dall’Edoné. Si riparte a razzo per tornare a casa. Ore 01:30 rientro in casa a Verderio, ancora mezzo fradicio per il diluvio. Mancano 5 ore e mezza alla timbratura del cartellino del lunedì mattina. Doccia, acqua e subito a dormire. Il mal di testa è finalmente passato.
SamuTuriom