“No Control. Storie di Hardcore Punk Californiano 1980-2000” di Federico Guglielmi (Tsunami edizioni)

“No Control. Storie di Hardcore Punk Californiano 1980-2000” di Federico Guglielmi (Tsunami edizioni)

In ritardo di quasi 3 anni mi sono letto “No Control. Storie di Hardcore Punk Californiano 1980-2000” di Federico Guglielmi, edito per Tsunami edizioni. Uscito durante la pandemia, mi ero ripromesso di recuperarlo ma tra una cosa e l’altra ho sempre rimandato fino allo scorso Natale, quando ho deciso di farmelo regalare.

Prima di tutto c’è da dire che, a dispetto di quello che (erroneamente e colpevolmente) pensavo, non siamo di fronte a un saggio sull’hardcore punk californiano ma a una serie di recensioni, interviste e articoli che il nostro Federico Guglielmi ha scritto negli anni sulle varie testate musicali con cui ha collaborato come Mucchio Selvaggio e Rumore. Questo viene chiarito fin da subito nell’esaustiva Introduzione e il concetto verrà ripreso più volte nei preamboli di ogni capitolo.

Questa modalità di racconto fa sì che, per forza di cose, non si tocchino tutti i punti salienti della storia del genere ma solo quelli trattati negli articoli che il giornalista ha scritto “in tempo reale” (solo qualche articolo è scritto a posteriori). C’è da dire però che, essendo l’autore stato attivo fin dalla nascita delle prime band hardcore punk, non ci sono buchi temporali o pietre miliari escluse da questo compendio (a parte pochissime eccezioni).

Com’è giusto che sia, gli articoli vengono riportati in ordine cronologico ma anche divisi per argomento. In questo modo si riesce sia a seguire il filo temporale delle uscite discografiche e della storia di ogni band trattata, sia a concentrare l’attenzione su un particolare periodo o un particolare filone senza perdersi nel mare magnum delle pubblicazioni.

Una cosa è certa: appare chiaro fin da subito che Guglielmi sia stato uno dei primi divulgatori dell’hardcore punk in Italia e abbia contribuito a farlo conoscere nel nostro paese ma non solo. Si vanno a sviscerare tantissimi dischi e la parte più interessante risulta essere forse quella delle interviste ai protagonisti della scena dei diversi periodi.

Un grande tema che emerge dalla lettura di questo libro (ma, sia chiaro, non viene trattato direttamente dall’autore) è la definizione di hardcore punk. 

Essendo fan di prima data, Guglielmi inizia la sua raccolta dalle primissime band californiane quasi proto-hardcore come X e Dickies per poi passare alle prime band prettamente hardcore punk come Germs, Dead Kennedys, Black Flag, Adolescents, e T.S.O.L. che per prime hanno reso più duro il suono punk degli anni 70. E fin qui tutto bene, anzi questi capitoli sono stati per me molto interessanti perché, non essendo molto ferrato su questa epoca, hanno smosso la mia curiosità e mi hanno spinto a recuperare capisaldi del genere che ancora non avevo ascoltato.

La seconda parte del libro invece va a toccare gli anni Novanta e tutte quelle band che hanno portato il punk rock nel mainstream come Green Day, Offspring, Rancid e altre, che infatti vengono classificate come “hardcore punk da classifica”.

Ora, certamente questi gruppi sono molto influenzati dall’hardcore punk, anzi, sono nati e cresciuti in ambienti dove l’hardcore era pane quotidiano, vedi il 924 Gilman e simili. Tuttavia inserire un “Warning“, un “Americana” o anche un “Life Won’t Wait” all’interno del discorso hardcore punk è quantomeno un po’ tirato. Stesso discorso si può fare per tutta la digressione sui Social Distortion, una delle formazioni più amate da Guglielmi, che arriva fino a “Hard Times And Nursery Rhymes”: se sul primo (primi?) album le influenze hardcore erano piuttosto accentuate, lo stesso non si può dire per gli album successivi.

Per questo motivo, non è molto chiara la distinzione tra punk e hardcore, dove sembra che Guglielmi intenda hardcore tutto il punk che sia successivo agli anni 70.

Un’altra nota importante riguarda la modalità in cui è raccontata la storia delle genere, cioè appunto attraverso i vari articoli che il giornalista ha pubblicato negli anni. Questa modalità rappresenta il punto di forza ma allo stesso tempo di debolezza del libro.

Infatti, da un lato emerge la spontaneità e l’approccio “vergine” di chi non sa cosa sarebbe successo dopo, quindi un punto di vista che non si trova in un saggio o in racconto fatto ex post. Dall’altro però in ogni recensione viene quasi sempre riproposta una breve introduzione sulla band o sugli album precedenti. Questo è certamente comprensibile quando si scrive per una rivista: si cerca di coinvolgere anche i lettori che non hanno ancora sentito niente della band o comunque si fa un riassunto per i più smemorati o per fare un punto zero per poi parlate del nuovo disco. Tra l’altro Guglielmi scriveva per più riviste quindi questo discorso vale ancora di più. Leggendo però tutti gli articoli uno dietro l’altro, ci sono inevitabilmente molte ripetizioni e questo influisce un po’ sulla scorrevolezza del libro. Che “Fresh Fruits And Rotten Vegerables” sia un capolavoro imprescindibile del genere ce lo sentiamo ripetere praticamente in tutti gli articoli in cui si parla di Dead Kennedys, giusto per fare un esempio.

Nonostante i difetti, considero questo libro veramente ben fatto e utile sia per chi desidera conoscere band nuove (oltre ai classici, ci sono recensioni di band veramente poco quotate) o approfondire un periodo particolare, sia per chi vuole dare una bella ripassata al genere e, perché no, conoscere qualche chicca in più per vantarsi con gli amici.

Frankie

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2 pensieri riguardo ““No Control. Storie di Hardcore Punk Californiano 1980-2000” di Federico Guglielmi (Tsunami edizioni)”

  1. Grazie per le belle parole e per l’attenzione che hai dedicato al mio lavoro. Si capisce che l’hai letto e analizzato. Che dire? Ero consapevole che ci sarebbero state “ripetizioni”, ma l’unico modo per eliminarle sarebbe stato intervenire pesantemente sul materiale d’epoca, facendo in parte venir meno il discorso del “qui e ora” sul quale ho voluto basare il libro… libro che ho voluto fosse una sorta di diario ragionato e non un saggio.
    Rispetto alla questione punk/hardcore non ho voluto essere troppo rigoroso ed eliminare i dischi non (più) hardcore di band che comunque erano nate come hardcore. Insomma, mi è parso sensato raccontare le successive evoluzioni, che in definitiva non erano nemmeno poi tante, di gruppi degli anni ’90 e oltre comunque importanti come Social Distortion, Green Ray o Rancid… come a dire “sono partiti da lì e sono arrivati qui”. Il titolo “Storie di hardcore punk californiano” non è scelto a caso, si raccontano storie che inevitabilmente sono differenti. Comunque credo che si capisca bene, leggendo, quali dischi siano classificabili come hardcore e quali no.
    Grazie ancora.

    1. Grazie della risposta! L’aspetto “qui ed ora” è la cosa più originale e che ho apprezzato di più. Porta quel difetto che ho descritto ma in fondo ne vale la pena. Ho apprezzato molto le interviste, che secondo me hanno un valore storico importantissimo. Infine, essendo classe 1988 e avendo iniziato ad ascoltare punk rock nei primi anni 2000, ho anche un po’ di ammirazione/invidia per chi come te ha vissuto in pieno gli anni d’oro. Grande della risposta e a presto!

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