Bull Brigade+Slang Poor Kids @ Festa del Rugby Piacenza

Bull Brigade+Slang Poor Kids @ Festa del Rugby Piacenza

È una di quelle calde sere di fine maggio in cui il sole scende lento all’orizzonte e i finestrini abbassati diventano quasi obbligatori. L’aria entra nell’abitacolo, la strada scorre davanti e quei quaranta minuti di viaggio diventano già parte della serata: un’attesa lenta, piacevole, quasi rituale. Per me, in qualche modo, è l’inizio della stagione estiva.

Dall’autoradio arriva l’ultimo ripasso all’ultimo album dei Bull Brigade, una di quelle band per cui non ho mai fatto mistero di preferire nettamente la dimensione live rispetto al disco. Ci sono gruppi che ascolti, e gruppi che hai bisogno di vedere addosso alla gente, sotto un palco, tra sudore, cori e spallate. I Bull Brigade, per me, appartengono decisamente alla seconda categoria.

Arrivo a Piacenza dopo un parcheggio che definirei quasi “parkour” e riesco finalmente a entrare nel campo da rugby. Un luogo che, anno dopo anno, sta diventando un piccolo punto di riferimento per chi cerca una serata all’insegna della musica punk. Nelle edizioni passate si sono passati il testimone Load Rejection, Weekend Cigarettes, Bravi Tutti, Bad Frog e Punkreas. Quest’anno tocca agli Slang Poor Kids e ai Bull Brigade.

Appena entro saluto le prime facce amiche, recupero la prima birrozza e intanto, dal palco, i bresciani iniziano a picchiare duro. Per gli Slang Poor Kids è la prima data estiva dopo una breve pausa seguita al release tour di Zero Sum Game (Gotama Studio, 2025) che li ha portati in giro, tra le varie date, in Italia, Svizzera, Francia e Olanda.
All’inizio gli SPK fanno da sottofondo alle chiacchiere vicino al bancone con quella marmaglia di creature mitologiche che da un po’ non vedevo. Poi decido di spostarmi verso il palco e lì, lo ammetto, arriva un po’ di delusione.
Non so se avete presente la situazione: lo spazio è davvero tanto. Il palco non ha nulla da invidiare a posti come Magnolia, Carroponte o Sant’Eufemia, e anche l’area sottostante è ampia, comoda, perfetta per far succedere qualcosa. Quello che manca, però, sono le persone sotto il palco. Non che fosse vuoto, ci mancherebbe, ma vedere una trentina di teste disperse in tutto quello spazio lascia un po’ di amaro in bocca.
Segnalazione a penna rossa per i locals: grave mancanza. Le band vanno supportate, soprattutto quando sul palco c’è un trio come quello bresciano, che merita eccome.

Fortunatamente gli SPK hanno lo spirito giusto: se ne fregano del contesto un po’ freddino e portano comunque a casa un’ottima prestazione. La scaletta è un bel mix tra i brani dell’ultima fatica e quelli precedenti: Last in Line, Better Days, Goddamn Depression, fino alla chiusura con No Borders No Nation. Aggressivi, veloci, con quell’umiltà che in certi ambienti fa ancora la differenza. Meritavano di più, ma poco male: ci sarà occasione di rivederli al Mad One Spring Break.

Tempo di un secondo birrino e di due chiacchiere con i soliti stronzi presenti in queste occasioni, che la serata prende una piega diversa. Dal palco viene comunicato che, vista la presenza di alcuni esponenti dichiaratamente fascisti, i Bull Brigade non si esibiranno finché questi non verranno allontanati dall’area.

Effettivamente, verso il centro del campo, si è radunata una ventina di teste rasate. Poco distante, le forze dell’ordine osservano la situazione, caschetti e manganelli pronti, cercando di capire come muoversi. La scaletta rallenta, la musica si ferma, e per circa trenta minuti tutto resta sospeso.

Lo stallo sembra concludersi con l’uscita dei fascisti dall’area, anche se il clima rimane nervoso. Si vocifera che alcuni agenti stiano facendo il giro della zona per evitare che gli allontanati possano rientrare scavalcando. Non è esattamente il tipo di tensione che vorresti respirare prima di un concerto, ma è impossibile far finta che non stia succedendo.

Poi le luci si abbassano.
Parte l’intro parlata di Primo Sguardo.
E capiamo che, almeno sotto il palco, si può ricominciare.
Da lì parte il live dei Bull Brigade.

Pezzo dopo pezzo, i torinesi riempiono pienamente un’ora di musica fatta di sing along, cori condivisi, valori, ideali ed esperienze comuni. Il sottopalco, questa volta, si riempie in fretta. La scaletta pesca tra i brani più sentiti: My Friend, Prendere Fuoco, Ragazza Come Noi, Mai Confonderla, Ansia, Il Fuoco Non Si È Spento, e altri ancora.

Il ritmo non si abbassa mai. Ed è lì che accade la magia dei Bull Brigade.
Come dicevo, su disco non riesco sempre ad apprezzarli fino in fondo. Ma ogni volta che ho la possibilità di vederli dal vivo non me la faccio scappare, perché resto affascinato da ciò che sono riusciti a costruire negli anni. Non è solo una band: è un blocco unito, fatto di giovani e meno giovani, di persone diverse ma accomunate da un passato che sembra essere stato vissuto nello stesso modo. O almeno con le stesse ferite, le stesse rabbie, gli stessi vuoti da riempire.
Eugy riesce a mettere nero su bianco tutto questo nei suoi testi. Poi noi li cantiamo con lui, come se fossero anche nostri. Tra un abbraccio, una spallata e un coro, il tempo scorre veloce. Troppo veloce.
Le luci si spengono ancora, il concerto finisce, e resta addosso quella sensazione lì: la domanda su cosa ci resterà davvero di questa notte senza tempo.
Due ultimi abbracci, due pacche sulla spalla e via, di nuovo in macchina verso casa, con il cuore un po’ meno stanco.

P.S.
Mentre esco noto un via vai fin troppo intenso di luci blu. Lì per lì non ci do troppo peso.
Solo nella giornata successiva vengo a sapere che un segretario della Filcams-Cgil piacentina ed ex consigliere comunale sarebbe stato aggredito, colpito con un pugno e successivamente ricoverato per una frattura alla mandibola.

Resta ancora da accertare se l’episodio sia collegato al momento di tensione avvenuto prima del concerto dei Bull Brigade. Ma se così fosse, ci troveremmo davanti a una situazione gravissima.
Il lavoro da cronista lo lascio a chi sa farlo.
Però una cosa sento di dirla: la violenza non può e non deve mai essere una soluzione.
Mai.
E in un contesto del genere, quei cori nati spontaneamente tra un pezzo e l’altro “siamo tutti antifascisti” non erano folklore, non erano posa, non erano una frase buttata lì per riempire il vuoto tra due canzoni.
Erano una presa di posizione.
Una risposta collettiva.
E, purtroppo, una risposta più che sensata.

Dan

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