Turnstile + The Garden + High Vis @ Alcatraz Milano

Turnstile + The Garden + High Vis @ Alcatraz Milano

Questa serata avevo deciso di saltarla.

Si: nonostante sia un fedelissimo fanboy della band di Baltimore, le due che avevo già in cassaforte (una delle quali raccontata qui) e le 50 e rotte banane del biglietto in un momento in cui, detto francamente, l’Intesa Sanpaolo da più che un’occhiata al mio conto in banca mi avevano distolto dal desiderio di procedere all’acquisto.

Fatto sta che alle 5:30PM di mercoledì 12 Novembre ero in macchina appena uscito dall’ufficio in direzione Alcatraz: cosa è andato storto?

Per prima cosa voi, amici che mi volete povero. Non bastava mettersi d’accordo per una birretta al bar o una pizza, bisognava andare tutti (ma proprio TUTTI) all’Alcatraz per trovarsi, mannaggia a voi e al mio cuore tenero. Poi beh: vero che trovare i biglietti per un evento sold out da settimane giusto qualche giorno prima della data del concerto può portare con se rotture di coglioni e frustrazioni di vario genere, ma vuoi mettere l’epicità che subentra quando risolvi la situazione refreshando la pagina di Ticketmaster mentre sei a fare la spesa e in realtà avevi preso in mano il telefono per guardare gli ingredienti da comprare per fare lo strudel (è venuto buono comunque)?

Sta serata s’aveva da fare, il portafoglio tanto già era in lacrime per cazzi suoi.

Sant’Angelo Lodigiano-Via Valtellina 25 Milano è una tratta che si percorre, secondo Google Maps, in poco più di un’ora. Il fatto che sia invece in (fondo alla lunga) fila per entrare solo alle 7:20PM non fa tornare qualche calcolo. Contrazione dello spazio-tempo? Traffico di merda? Penso che abbiamo già un vincitore.

Unico problema: High Vis schedulati per iniziare alle 7:30PM. Ora, questa è sfiga: l’estate scorsa al Carroponte prima dei Deftones sono riuscito a godermi UNA sola loro canzone per gli stessi motivi. Contro ogni pronostico la fila scorre veloce e alle 7:30PM sono dentro, giusto giusto in tempo per prendere posto lato palco e beccarmi dall’inizio la performance dei Britannici.

Ammetto di averli capiti abbastanza tardi (il loro ultimo disco è stato per me uno dei migliori del 2024, ma fino ad allora sono sempre stato abbastanza freddo nei loro confronti), ma il combo di Londra non ha deluso le mie aspettative.

Il frontman Graham Sayle, parka Stone Island ben allacciato e attitudine da brat britannico, è padrone del palco. I cinque suonano molto (MOLTO) bene e, a posteriori, sono penso quelli coi suoni più a posto della serata. Suonano davvero poco (poco più di 20 minuti) e questa è l’unica cosa andata storta del loro set. Menzione d’onore per la presenza all’esterno del locale a fine serata con l’obiettivo di vendere personalmente il loro merch e firmare dischi/chiacchierare coi fan (ribellione contro un sistema che all’interno della venue fa pagare una maglia della band headliner ben 50€? Può darsi). Band che spero di ribeccarmi presto, meritevoli di molto più di quello che stanno raccogliendo per ora.

Pausetta e The Garden sul palco in perfetto orario. Non conoscevo minimamente la band e quando è così mi piace tenermi l’effetto sorpresa e vedere come la digerisco direttamente sul posto. Sto giro ci voleva un Brioschi.

La band è composta da due elementi, voce/basso e batteria, ed è totalmente indefinibile a livello di genere, ma non nel senso buono. Non è che si sono inventati qualcosa in cui far confluire le loro influenze, le hanno portate sul palco separatamente tutte. TUTTE! Si passa da un pezzo hardcore old school ad uno pop punk, ad uno funky, roc’n’roll fino ad un intermezzo semi dance/club/house. Suonano un bel pezzo più degli High Vis e a fine concerto mi lasciano meno della metà.

Sono confuso: sarò io, ma non ci ho capito nulla.

C’è un bel po’ di tempo prima dell’inizio del set degli headliner e lo passo chiacchierando con tutti conoscenti che incontro: tantissimi! Ne manco anche parecchi, come ho notato poi dalle storie instagram, ma questo è decisamente uno dei punti di forza della serata: siamo tanti amici, tutti contenti di essere li insieme dopo anche del tempo, in alcuni casi, a fare quello che ci piace. Suona banale, ma davvero non scontato di questi tempi.

Il retro palco si illumina delle strisce colorate che hanno accompagnato il lancio dell’ultimo album dei Turnstile, ed ancora nel semi buio vediamo i cinque prendere posto. L’opening è la title track Never Enough, scelta davvero azzeccata per l’atmosfera che crea coinvolgendo da subito i presenti che il frontman Brendan Yates lascia spesso cantare. Si parte!

Avevo il timore che dopo l’uscita di questo disco la band avrebbe inesorabilmente tagliato buona parte dei pezzi di Nonstop Feeling perché…beh perché sono totalmente un’altra band oggi, e invece vengo smentito con gli interessi: non solo i pezzi da Nonstop Feeling ci sono ancora (Drop, Fazed Out), ma fanno la loro ricomparsa anche dei brani da Step2Rythm, uno dei primi EP della band!

La maggior parte della scaletta è composta comunque da canzoni del nuovo album e ci mancherebbe, è un tour promozionale, ma spiccano grandi capisaldi della storia come Real Thing , Holiday e Fly Again, queste ultime tra le mie preferite di Glow On insieme a Wild Wrld. Poca roba da Time&Space (forse il mio preferito?), infatti anche stavolta niente Generator. Pazienza!

Lo devo ammettere, non ho amato così tanto Never Enough e spiegare il perché è lungo e complicato. Non è nemmeno la sede giusta per farlo, ma devo dire che comunque anche i pezzi nuovi dal vivo hanno LA PACCA. I ragazzi ci mettono la loro attitudine e se musicalmente c’è stata una notevole sperimentazione e un’allargamento evidente di orizzonti, quella non è cambiata dal giorno zero. Riallaciandomi al discorso fatto qualche riga sopra a proposito di influenze molteplici e varie, qui si è visto come farle funzionare: sulla parte finale di Lookout For Me per esempio è stata calata una ENORME palla di specchi, molto anni 70, e tra musica e luci si è creata quella specie di vibe alla aperitivo estivo in Costa Smeralda con la gente che balla in maniera leggera che MAI NESSUNO avrebbe osato proporre ad un concerto hardcore perché, che piaccia o no, ancora di questo si parla. Che vi devo dire? É successo ed ha funzionato. Subito dopo la doppietta Mystery/Blackout riesuma il delirio vero: è possibile far convivere in armonia molteplici e disparate influenze.

Episodio spiacevole: un ragazzo è stato derubato della collanina che aveva addosso proprio di fronte a me. Il tizio che glie l’ha strappata di dosso si è lanciato partendo proprio dalle mie spalle e in mezzo al casino l’abbiamo perso di vista quasi subito. Medaglietta ritrovata, ma collanina scomparsa e incazzatura non necessaria rimasta. Se mi leggi mi spiace tanto vez, anche se all’inizio volevi menarmi pensando che fossi io il malfattore! Sappi che ti voglio bene!

Si chiude con Birds, con tanto di coreografia ricalcante quella del video, ed è finita anche stavolta. Suonano per circa un’ora e un quarto: va bene così.

Il solo di batteria di Daniel Fang è sparito, per fortuna. Intendiamoci, io gli voglio bene e lo reputo un batterista coi controcazzi ma, contrariamente a quanto ho sentito dire da qualcuno dei presenti mentre ero in transenna e l’ho beccato per un saluto, non è Travis Barker. Ammetto di non apprezzare granché il momento solo di batteria in generale, ma certe cose hanno un senso se stiamo parlando di innovatori, mostri sacri o tamarri esagerati come Joey Jordison, qui non era davvero il caso e sono felice che la band abbia fatto questa scelta.

Quattro(mila) chiacchiere post concerto e sono pronto per rimettermi in macchina. Sono a casa in un’ora, fanculo.

Ma che bel rovinarsi però.

 

Reeko

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