We Still Want To Go Where The Action Is… (after 25 years)

We Still Want To Go Where The Action Is… (after 25 years)

Il 22 agosto del 1995 i Rancid pubblicavano per la sempre-sia-
lodata-etichetta Epitaph Records il loro terzo album, “…And
Out Come The Wolves”.

In quel tempo (per dirla in senso biblico, dato che peraltro il titolo
stesso dell’album proviene da quella ‘Holy Bible’ citata
esplicitamente anche in “Junkie Man” ), la scena e
conseguentemente il numero delle bands californiane in attività
erano floridi, lo sappiamo bene; i Rancid stessi non erano una
band appena uscita e al loro fianco avevamo già imparato a
conoscere, apprezzare, amare e fare nostre le parole e le canzoni
di Nofx, Offspring, Green Day, Bad Religion, Pennywise, per
citare “soltanto” i mostri sacri o semplicemente quelli arrivati più
velocemente alle masse.
Finalmente, dopo i “soliti noti” della scena punk e hc newyorkese,
californiana e britannica usciti neppure vent’anni prima ma
anagraficamente inavvicinabili, anche i teenagers degli anni 90,
decisamente non conformi agli stereotipi della società, avevano i
propri numi tutelari a cui essere devoti e rendere grazie.

Perché, dopo 25 anni dall’uscita di un disco, siamo qui a
celebrarlo? E se fosse una cosa forse veramente poco “punk”?

Parliamoci chiarissimo, che piaccia o meno, che vi piacciano o
meno i Rancid o questo tipo di momentacci “amarcord”, siamo
davanti a un album segnante, storico, peculiare per un genere e
culmine artistico di una generazione con la propria cultura,

controcultura e (perché no) sottocultura underground, provenga
essa dal punk, dall’hardcore, dal reggae o dallo ska.
Pur essendo un album decisamente più arrangiato e curato, infatti,
“AOCTW” suona incredibilmente genuino, sporco, immediato,
diretto, suona dannatamente come un “disco punk”, con alle
spalle una consistenza rafforzata da un songwriting d’antologia.

Credo che non ci sia bisogno che lo esprima il sottoscritto
attraverso un parere personale, ma chi è Tim Armstrong se non
il Bob Dylan del punk-rock
?, il songwriter per eccellenza di tutta
la West Coast , cantautore, portavoce e voce narrante di migliaia
di kids là fuori?
Gli Operation Ivy forse hanno incarnato la voglia di farcela e la
determinazione di potercela fare, la ribellione, la voce che si alza
per urlare “hey, ci siamo anche noi” rivendicando i propri spazi, i
Rancid sono stati una coscienza, una presa di posizione, una
(tentata, in parte riuscita o talvolta fallita) rivoluzione,
un’attitudine e una libertà di pensiero, magari passante anche per
creste e borchie ma non solo, anzi, piena di contenuti e mai fine a
se stessa o lasciata lì come un mero slogan di circostanza…

perché provenivano della “strada”, narravano storie della vita di
tutti i giorni, insomma più che parlare di noi, spesso sembrava che
parlassero CON noi.

Una cosa fondamentale, quest’ultima, che a mio parere e al di là
dei gusti personali di ognuno, colloca i Rancid in una ideale
‘trimurti’ del punk assieme a Nofx e Bad Religion
: se entri in
questa corrente e frequenti il giro, da loro ci devi passare per
forza, volente o nolente, potrai indubbiamente fare le tue scelte
preferite ma queste 3 bands sono il passaggio obbligato da fare,
come ascolto, come attitudine e come testi.
Non a caso, a me è sembrato sempre piuttosto lampante come,
almeno dalla metà degli anni 90 in poi, qualsiasi band della scena
punk o hardcore, sia che provenga da Boston, L.A., New York,
Chicago sia che provenga dal Canada, dal Regno Unito o
dall’Australia (nonché dalla stessa Italia), indicativamente abbia
preso più o meno ispirazione da almeno una delle 3 band iconiche
della suddetta triade… fateci caso.
E, nel caso dei Rancid, il disco per eccellenza a cui attingere o da
cui prendere definitivamente spunto è “…And Out Come The
Wolves”.
Non stiamo parlando di “più bello, meno punk” o di “meno bello,
più punk”, stiamo parlando di un capolavoro del genere,
personalmente nella mia Top Ten ma credo oggettivamente in
qualsivoglia Top 50 della categoria.

Quando partiva “Maxwell Murder” capivamo subito che quella
era “un’altra cosa”
, perché Matt Freeman era un fottuto genio,
ok, ma in fin dei conti aveva il bel suono dell’ampli con un
pedalino, con la chitarre abrasiva di un Lars sbraitante e la ritmica
del poeta Tim , condito dal tupà-tutupà essenziale e preciso di
Brett.
Era tutto lì.

Quel disco suonava come se i Clash , anziché a Londra, si fossero
incontrati e avessero iniziato a comporre insieme a San Francisco,

con quella commistione di generi che (quasi) nessuno riusciva a
far coesistere in un unico disco punk senza forzature, senza
snaturarne il sound o senza strizzare l’occhiolino alle charts.
“The 11th Hour” è la canzone che tutti i punkrockers avrebbero
voluto essere in grado di scrivere, “Roots Radicals” è la
definizione di ‘anthem’ migliore che si possa trovare, parliamo di
“Time Bomb” che è partita dalla California e ha girato i sound-
system di tutto il mondo? Qualsiasi party, qualsiasi locale di
musica underground negli anni 90 e primi 2000 la aveva come
singolo riempipista, la conoscono e la ballavano anche gli odierni
direttori di banca e gli avvocati under 40, forse il pezzo più
inflazionato della scena negli ultimi vent’anni assieme a “Basket
Case” e “Come Out and Play”, ma nessuno se ne lamenta e va
benissimo così.
“Olympia WA” , “Ruby Soho” , che probabilmente ha portato la
parola “reggae” alle orecchie di molti punks imberbi per la prima
volta, il giro di basso di “Journey To The End Of The East Bay”
che sia tu lo stia ascoltando, lo stia suonando o lo stia vedendo
suonare, forse non saranno vere lacrime ma sicuramente sono
occhi lucidi.
Più che un semplice album, sembra una raccolta di successi, non
esiste un pezzo così così, qua il brano meno trascinante sarebbe il
singolo dell’anno se uscisse oggi, poco ma sicuro.
Poi, se personalmente ci aggiungi i ricordi o gli aneddoti, è la fine:
un pezzo urlato a squarciagola e a memoria, suonato 1000 volte
assieme a un vecchio amico che non c’è più (ti voglio bene Stefa, ​
anche se i “na na na na na” di “As Wicked” ci venivano sempre
di merda).
Fare le prime volte “Daly City Train” con gli amici Mecheros
(Ano, Joe, Paul) e di fatto imparare a suonare in levare a furia di
farla… l’autobiografica “The Wars End” quando il mio
fratellastro Diego si fece orecchini, piercing, una cresta alta 20
centimetri e sua madre gli buttò fuori dalla finestra una pila di
cassette e cd, tra cui una mia copia di “Nimrod” (e abitavano al
quarto o quinto piano…).
La cosa bella dei dischi è proprio il ricordo di un’emozione, nonché
l’emozione stessa a distanza di tempo.
Un disco come “AOCTW” è forse il testimone di un’epoca che
potrebbe non tornare più, per una serie di fattori, in primis un
mancato passaggio del testimone dal punto di vista
generazionale, ma anche l’impossibilità di porsi all’ascolto in
tempi e modi personali, vista la velocità e i ritmi “mordi e fuggi” in
cui ci troviamo oggigiorno.
Cercavi, trovavi, compravi e subito aprivi questi dischi, già
scartandoli eri presissimo dalla curiosità di vedere e di sapere, a
volte prima ancora che di ascoltare… e potevi arrivare a scoprire i
Minor Threat partendo dalla copertina con Lars seduto sugli
scalini, ad esempio.

Oggi compie 25 anni “…And Out Come The Wolves”, uno dei dischi
punk più riusciti e più importanti nella storia del genere.
Change My Mind !

Koppo

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