HEAVY CHRISTMAS @ Spazio Too Piacenza
Sabato 27 dicembre, al TOO di Piacenza (ex Spazio 2 per chi ancora si rifiuta di aggiornare la memoria come un vecchio Nokia, alla pari del sottoscritto), è stato tempo di punk rock con i controcazzi.
Di quello vero, sudato, urlato, stonato il giusto e soprattutto condiviso. Di quello che non chiede permesso, non fa prigionieri e non si cura minimamente del fatto che fuori fosse dicembre, che l’anno stesse morendo e che la maggior parte dei presenti fosse reduce da una serie di pranzi, cene, pandori, panettoni, zii molesti e conversazioni sull’inflazione che nessuno ha davvero capito.
A ridosso della fine dell’anno, infatti, per chi è sopravvissuto al Natale c’è sempre un bisogno primario: sgrassare. Non tanto il fegato (ormai quello è compromesso) quanto la testa.
E cosa c’è di meglio che farlo con queste premesse dentro a un locale stipato fino all’inverosimile, grazie all’organizzazione dei ragazzi del Low-L Fest?
Gentaglia che da qualche tempo ha ben deciso di sapientemente animare le serate della bassa con qualche bombetta degna di nota, piazzata lì con la cura di un artificiere esperto e la nonchalance di chi sa benissimo cosa sta facendo.
La serata in questione è una di quelle che non lasciano molto spazio ai dubbi: di alternative valide non sembrano esserci, la line up proposta è di tutto rispetto e, non essendo ancora partiti per l’ultimo dell’anno, la scelta appare semplice.
TOO tutta la vita. O almeno tutta la sera.
Questa volta, contro ogni previsione e contro la mia stessa indole, decido di fare il bravo: arrivo ad inizio live, con l’idea malsana di vedere tutte le band (così per poter rimarcare che l’unico gruppo di cui non ho visto un live intero quest’anno restano gli Sludder, in modo da poterli mantenere ancora un po’ come una sorta di Bigfoot della scena local).
La situazione si presenta tutta in discesa. Già dal parcheggio si sentono versi, grugniti e richiami tribali delle creature mitologiche che si stanno addentrando verso il locale.
Un bestiario umano variegato: giacche in pelle che sono sopravvissute a chissà cosa, felpe logore, cappellini fuori stagione e sguardi complici. Varcata la soglia, comincia il rituale infinito dei saluti, abbracci, pacche sulle spalle, “oh ma tu sei vivo?”, e ovviamente le prime birrette, che servono a riscaldare i muscoli facciali prima delle urla.
A far partire il tutto ci sono i Kokadame, band che non conoscevo e che avrei preferito continuare a non conoscere. Loro stanno là in alto, su quel palco che sembra la vetta della Presolana, talmente è sopraelevato rispetto a noi plebei paganti. Una scelta architettonica che rende qualsiasi stage diving un gesto eroico o un tentativo di suicidio assistito: quella parte del mio cervello che ragiona peggio delle altre mi sussurra che per una volta sono contento di non veder esibirsi i Bad Frog, perché, forse, Paolino sarebbe potuto essere l’unico essere vivente consenziente a lanciarsi da quel trampolino olimpionico, con altissimo rischio di finire direttamente al pronto soccorso e dover spiegare che “sì, è successo tutto per colpa del punk”.
A parte le cazzate (e rimandando agli esperti del settore ogni giudizio approfondito sulla band) i “ragazzi” fanno il loro.
Punk rock semplice dalla Valtidone con furore.
E comunque da sottolineare che c’era chi, in maniera molto sentita, si spintonava già sui loro primi pezzi per dimostrare alla band supporto e affetto, come se fossimo già al gran finale.
Il tempo di finire il giro di saluti e il primo live è già terminato. Cambio palco rapido, chirurgico, senza fronzoli. Ciodo Enthused parte con “I wake up all alone, my ears are bleeding…”.
Boom.
Catapultati direttamente a inizio anni Duemila.
All’improvviso niente più spallate, ma gente che galleggia, ballicchia, sorride. Sembra una festa da college americano: mancano solo il quarterback, le ragazze pompon e, come sempre, il Sindaco di Oriano, assente ingiustificato anche questa volta.
Una quarantina di minuti di pop punk pulito, preciso, suonato bene e con il piglio giusto. Tempo che passa forse fin troppo velocemente, come tutte le cose belle quando sei dentro al momento.
Nota di merito gigantesca al Corbe (attualmente in formazione Six impossible Things, ma già in Los Fuocos, RedCarBurns e molti altri) , che in tre giorni sostituisce Giulio, il quale ha ben deciso di prendersi una tendinite come se fosse un souvenir natalizio.
Standing ovation morale.
E fateli suonare di più, davvero.
Altra birretta, che ormai è più una formalità che una scelta, ed è il momento degli Slang Poor Kids.
Anche se sono di Brescia, qui giocano praticamente in casa. Freschi di release del nuovo album Zero Sum Game, tra pezzi nuovi e meno nuovi portano energia e rabbia all’ex Spazio 2 come se non ci fosse un domani.
Nik è in perfetto stile Babbo Bastardo: pigiamone versione sera della Vigilia e bottiglia di Sagamore Spirit Rye Whiskey, direttamente dai peggiori bar di Baltimore, Maryland.
Tra la folla c’è chi digrigna i denti, chi mantiene la tensione come una molla pronta a scattare, ma nessuno si lancia davvero nel pogo senza limiti e senza dignità. Siamo cresciuti, forse. O forse stiamo solo aspettando il momento giusto.
Nonostante l’invenzione del Nikita sul fatto che non si sentisse il suo basso, il trio porta a casa un’ottima prestazione, un live solido, cattivo il giusto, che scalda definitivamente l’ambiente per il piatto forte della serata.
Il TOO dovrebbe contenere comode una settantina, forse un’ottantina di persone. Ma dentro ce ne saranno almeno duecento. Corpi ovunque. Fiato corto. Condensa sui muri. La maggior parte cerca di spingersi sottopalco non appena quella bestia assetatissima del Carlame si appropria del microfono. Bastano due colpi dal rullante della Manuela per scatenare il delirio.
La verità sta tutta dentro la pelle di quella batteria. Non siamo più ventenni, e tra una sbronza e una magnesia abbiamo quasi imparato che le energie vanno dosate. Questa sera era corretto attendere i Discomostro per perdere definitivamente ciò che resta della propria rispettabilità.
La scaletta è ormai assodata, i pezzi vengono urlati dagli animali recintati sottopalco senza soluzione di continuità.
Non c’è bisogno di presentazioni, non c’è bisogno di spiegazioni.
I Mostri non vanno raccontati, vanno vissuti.
Un’ora di energia, botte, sudore, abbracci. Gente che cade, gente che ride, gente che si rialza. È tutto perfettamente inutile e incredibilmente necessario.
Dopo, c’è ancora tempo per stare un po’ insieme, raccontarci cazzate, bere l’ultima, guardarsi in faccia con quell’aria stanca e felice che solo certe serate sanno regalare.
Consapevoli che è per momenti come questi che ha senso mangiare tutta quella merda nelle proprie giornate del cazzo.
Per perdersi e ritrovarsi sotto un palco, tra una birra e l’altra, urlando canzoni che parlano di noi anche quando fingiamo di non ascoltarle più.
Qui per le foto di famiglia by Emanuela Giurano.
Dan