UNDERDOGS: The Suicide Machines – Destruction By Definition

UNDERDOGS: The Suicide Machines – Destruction By Definition

Ecco il primo dei dischi che per noi sono capolavori…ma solo per noi, i dischi sottovalutati, scartati, trascurati…insomma i nostri Underdogs!

The Suicide Machines, band ska-punk di Detroit, dopo alcuni anni di attività, a cavallo tra il 1996 e il 1997 decide di incidere il loro primo album e nessuna decisione fu mai così azzeccata.

Sì, perché quello che ne viene fuori, a mio parere, è uno degli album più belli della fine degli anni 90!

Destruction By Definition è una raccolta pazzesca di 16 brani che riescono a fondere insieme skatepunkska e hardcore in modo incredibile ed efficace. In tutto il lavoro è difficile non sentire una forte influenza degli Operation Ivy, sicuramente fonte di ispirazione per Jason e compagni; così come è difficile credere che questi ragazzi vengano dal Michigan invece che dalla California (infatti spesso sono stati infilati nel calderone delle band della west coast).

Una particolarità è che l’album uscì per la Hollywood Records, major americana del gruppo Walt Disney Record, etichetta non proprio solita ad ospitare questo genere di sonorità. Bellissima invece la copertina, che ritrae in modo inequivocabile la carica esplosiva delle performance live della band.

Il brano di apertura è New Girl: rullo di tamburi iniziale e si scatena la distruzione! Sono molto legato a questa canzone perché fa parte della soundtrack di Tony Hawk’s Pro Skater ed è quella che mi ha fatto scoprire i Suicide Machines. Subito si sentono tutti gli elementi dello stile della band: ritornello tirato, strofa ska, gli “hey” e soprattutto il contrasto tra la voce pulita – se così di può dire – del chitarrista Dan Lukacinsky e quella gridata del cantante Jason Navarro, vero marchio di fabbrica dei quattro del Michigan.

La successiva SOS è una traccia più cupa dove a dominare è lo ska in minore.

Con Break the Glass si torna a schiacciare sull’acceleratore. Il ritornello ti si stampa in testa e l’impulso di cantarlo a squarciagola in qualsiasi posto lo si stia ascoltando è davvero irrefrenabile.

Hey è veramente un brano particolare perché è un collage di più stili: parte con un intro lento, cattivo, quasi un breakdown hardcore, dove l’enfasi è accentuata dai fiati (questo è l’unico album della band ad avere trombone e sax tenore che si fanno sentire di tanto in tanto). L’intro poi culmina con un ritmo ska irrefrenabile in maggiore che porta alla strofa della canzone e poi a un bridge reggae. Insomma ce n’è per tutti! Una delle canzoni più belle del disco!

Our Time e Too Much riprendono il discorso di New Girl e Break The Glass, con strofa ska e ritornello punk.

Non ho ancora fatto menzione alle capacità tecniche dei musicisti, soprattutto il bassista Royce Nunley, che sforna dei giri bellissimi e velocissimi (qualcuno ha detto Matt Freeman?) e il batterista Derek Grant, che poi sarebbe diventato batterista degli Alkaline Trio e turnista live, sia come batterista sia come chitarrista, per Face to Face, The Gaslight Anthem, Vandals, Good Charlotte e molti altri.

Da qui in poi l’album scorre bene senza picchi ma mantenendo alto il livello dei pezzi, fino ad arrivare a Vans Song, altra canzone degna di nota. La strofa è super rilassata e per la seconda e ultima volta si sentino i fiati; il ritornello invece è casinista e caciarone. Musicalmente si distingue dalle altre ed è uno dei brani migliori dell’album.

Insecurities è un brano prettamente punk fino a che non si arriva all’outro: giro di basso e chitarra ska si fanno strada per pochi secondi e poi si conclude con un colpo di coda che riprende la prima parte.

Quando parte Inside/Outside si torna a pogare: veramente stupendo il breakdown finale e l’headbanging è d’obbligo! Anche questa una delle migliori dell’album!

Dopo Zero, canzone trascurabile (una delle pochissime del disco) anche se non brutta, So Long chiude in maniera eccellente l’album con un il solido mix perfetto tra punk e ska.

Come traccia nascosta i Suicide Machines si cimentano nella cover di I Don’t Wanna Hear It dei Minor Threat, molto bene eseguita e che si inserisce in modo perfetto nel mood del disco.

In conclusione questo lavoro è praticamente un “all killer no filler” ed è senz’ altro un must have per tutti gli appassionati di punk veloce, di ska-punk e di punk anni novanta, per opera di una band a mio avviso super sottovalutata, che avrebbe meritato il successo di tante altre, anche in Italia.

Proprio in questi mesi i Suicide Machines, dopo una lunga pausa, hanno deciso di rimettersi insieme e stanno scrivendo il loro nuovo album. Speriamo che facciano qualche data in Europa e nel nostro paese: incrociamo le dita!

Frankie

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